Secondo Luigi Einaudi, economista e capo dello Stato, non tocca ai capitalisti ma alla collettività, garantire dalla fame i lavoratori. E la pratica di salvare dal fallimento con il denaro pubblico imprese in crisi, lungi dal diminuire la miseria complessiva di una società, ma finisce per aumentarla.
Se in un primo momento possa sembrare di salvare molti individui dalla disoccupazione, in realtà si sottraggono risorse a impieghi per il benessere della collettività e finiscono per distruggere ricchezza, ed è proprio dallo sviluppo abnorme dell’assistenzialismo di Stato che deriva il debito pubblico del nostro Paese.
Significativo è il richiamo all’opera del francese Frederic Bastiat, “Ciò che si vede e ciò che non si vede”, da parte di Einaudi, per porre in risalto le sue tesi liberali. Si propone il capitolo del “Vetro rotto” tratto dal libro medesimo….
Siete mai stati testimoni del furore del buon borghese Giacomo Buonuomo, quando il suo terribile figliolo sia riuscito a rompere una finestra di vetro? Se avete assistito a questo spettacolo, sicuramente avete anche constatato come tutti i presenti, fossero anche trenta, sembrino essersi messi d'accordo per offrire al proprietario una identica consolazione: non tutto il male viene per nuocere; incidenti come questo mandano avanti l'industria; bisogna che tutti possano vivere; che fine farebbero i vetrai, se non si rompessero mai i vetri?
Supponendo che siano necessari sei franchi per riparare il danno, se si vuol dire che l'incidente fa arrivare all'industria del vetro sei franchi, che incentiva la detta industria per sei franchi, io sono d'accordo, non ho nulla da contestare, il ragionamento fila. Il vetraio viene, fa il necessario, incassa sei franchi, si sfregherà le mani e benedirà in cuor suo il ragazzino terribile. Questo è quello che si vede. Ma se, per via deduttiva, si arrivasse a concludere, come si fa troppo spesso, che è bene che si rompano i vetri, che ciò fa circolare il denaro, che ne risulta un incentivo per l'industria in generale, io sarei obbligato a gridare: alt! La vostra teoria si ferma a quello che si vede, e non tiene conto di quello che non si vede.
Non si vede che, poiché il nostro borghese ha speso sei franchi in una cosa, non potrà più spenderli in un'altra. Non si vede che, se non avesse avuto dei vetri da sostituire, egli avrebbe sostituito, per esempio, le sue scarpe scalcagnate, oppure avrebbe messo un libro in più nella sua biblioteca. In breve, avrebbe fatto dei suoi sei franchi un uso qualunque, che invece non farà.
Facciamo perciò il conto per l'industria in generale. Poiché il vetro è rotto, l'industria vetraria è incentivata nella misura di sei franchi; è quello che si vede. Se il vetro non fosse stato rotto, l'industria delle scarpe (o qualunque altra) sarebbe stata incentivata nella misura di sei franchi; è quello che non si vede. E se si prendesse in considerazione quello che non si vede perché è un fatto negativo, e quello che si vede, perché è un fatto positivo, si comprenderebbe bene che non vi è alcun interesse per l'industria in generale, o per l'insieme del lavoro nazionale, a che dei vetri si rompano o non si rompano.
Facciamo adesso il conto di Giacomo Buonuomo. Nella prima ipotesi, quella del vetro rotto, egli spende sei franchi, ed ha, né più né meno di primo, il vantaggio di un vetro. Nella seconda, quella nella quale l'incidente non è accaduto, avrebbe speso sei franchi in scarpe ed avrebbe, insieme, il vantaggio di un paio di scarpe e quello di un vetro. Ora, poiché Giacomo Buonuomo fa parte della società, bisogna concludere da ciò che, considerato nel suo insieme e tenuto conto dei suoi livelli e dei suoi vantaggi, la società ha perduto il valore del vetro rotto. Per cui, generalizzando, noi arriviamo a questa conclusione inattesa: la società perde il valore delle cose inutilmente distrutte, ed a questo aforisma, che farà raddrizzare i capelli in testa ai protezionisti: rompere, distruggere, dissipare, non equivale ad incoraggiare il lavoro nazionale, o più brevemente: distruggere non vuol dire fare profitti. Bisogna che il lettore si soffermi a constatare bene che non ci sono solo due personaggi, ma tre, nel nostro piccolo dramma che io ho posto all'attenzione. L'uno, Giacomo Buonuomo, rappresenta il consumatore, costretto dal danno a godere di un solo vantaggio anziché di due. L'altro, il vetraio, ci mostra il produttore la cui industria è incoraggiata dall'incidente. Il terzo è il ciabattino (o qualunque altro mestiere), il cui lavoro è scoraggiato proprio per quella causa. E' questo ultimo personaggio che si tiene sempre nell'ombra e che, impersonando quello che non si vede, è un elemento essenziale della questione. E' lui che ben presto ci insegnerà che non è meno assurdo di vedere un profitto in una restrizione , la quale non è dopo tutto che una distruzione parziale.
Nessun commento:
Posta un commento
Commenta