sabato 26 novembre 2011

TELECOMUNICAZIONI E MERCATO DEL LAVORO IN CALABRIA

Se ancora ce ne fosse stato bisogno, la crisi finanziaria degli ultimi mesi e le conseguenze da essa derivanti, evidenzia e accentua in maniera preoccupante la difficoltà in cui versa il già labile mondo del lavoro nella nostra regione.
Purtroppo (?) la globalizzazione dei mercati, la mancanza atavica di infrastrutture e una mentalità clientelare, ci ha visto subire cambiamenti in cui non si è avuto la possibilità di esprimere le nostre potenzialità e divenire, al tempo stesso, protagonisti del nostro tempo.
Di certo l’analisi socio economica, passata ed attuale, della nostra regione, in cui l’assistenzialismo di stato insieme al clientelismo politico si è sviluppato e progredito,
non può essere racchiusa in quattro righe, ma divenire centro di un dibattito più ampio e costante tra le parti sociali, imprese e “nuova” politica calabrese.
Tali premesse per porre all’attenzione come da alcuni anni in Calabria, la Telecom Italia, tra le maggiori aziende italiane per fatturato e importanza strategica, attuando indiscriminate dismissioni ed esternalizzazioni di rami di azienda ha iniziato un percorso di depauperamento delle risorse umane, applicando inoltre l’istituto della mobilità e dei contratti di solidarietà per centinaia di lavoratori, con ripercussioni sull’indotto e sulle commesse, dando inizio ad un pericoloso virtuosismo industriale-finanziario che pone a rischio centinaia di posti di lavoro.


L’assordante silenzio delle istituzioni e dei media che ha accompagnato tale implosione industriale, perché tale deve essere definito in mancanza di un reale Piano Industriale dell’azienda, per avere ben chiare le linee di sviluppo nel settore e le ricadute industriali nel Paese e soprattutto nel Mezzogiorno.
Finora la ricaduta di maggior rilievo, in Calabria, è stato il proliferare di aziende outsourcing che in poco tempo sono divenute attività prevalente nel terziario e unica fonte di reddito “precario” per centinaia di giovani.

Anche qui, l’incertezza di regole del mercato e l’assenza di incentivi “meritocratici” da parte delle istituzioni hanno partorito quel processo di depauperamento delle risorse che va’ sotto il nome di “delocalizzazione” delle attività produttive, laddove il costo del lavoro (e non per ultimo la professionalità) è di molto al di sotto dello standard locale, oltre ad un incessante sottrazione di fondi pubblici. Inutile dirlo che tutto cio’ và a scapito di migliaia di giovani calabresi oltre alla pericolosità del trattamento dei dati sensibili (banche dati) da parte di altre nazioni.

Lungi dall’attuare un processo alle intenzioni, ma in un momento di crisi in cui il Paese è alla “ricerca” di riforme per la crescita, la Calabria può e deve anticipare i tempi: incentivi, defiscalizzazione a favore di nuova occupazione e formazione professionale, istituzione di un “Osservatorio” sui call center per una maggiore tutela dei diritti dei lavoratori oltre a promuovere regole trasparenti sulla attribuzione dei fondi europei.
Per concludere una frase tratta dal documento preparatorio come materiale di discussione per la 46a settimana sociale tenutasi a Reggio Calabria nell’ottobre 2010:
…. La possibilità di «tornare a crescere» dipende dalla capacità di mettere o rimettere in gioco altre energie sociali, capaci di modificare gli equilibri in cui ci troviamo e generare più opportunità per tutti e per ciascuno….

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